Patologi contro economisti

6 Giugno 2024 5 min di lettura
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Patologi contro economisti

«Sa cosa hanno in comune gli economisti e i patologi?» Questa fu la domanda che il nostro professore di finanza comportamentale ci pose nel suo discorso di commiato durante la cerimonia di laurea, molti anni fa. Senza attendere risposte, disse: «Gli economisti sanno sempre spiegare tutto. Cosa è successo, perché è successo e quali sono state le cause e le ragioni esatte. Vi mostreranno grafici molto sofisticati e convincenti, analizzeranno i dati in ogni dettaglio, vi forniranno una montagna di prove a conferma delle loro spiegazioni… proprio come farebbe un patologo… ma purtroppo, quando il paziente è già morto.»

L’evoluzione e le insidie della data analytics

Negli ultimi decenni abbiamo imparato a utilizzare e sfruttare l’analisi avanzata dei dati, il machine learning e l’intelligenza artificiale in ambiti come compliance, rischio e performance management. Modelliamo il comportamento dei nostri partner commerciali, controparti e clienti sulla base delle loro azioni passate, nel tentativo di prevedere come interagiranno e si comporteranno in futuro. L’uso di approcci probabilistici per identificare rischi, minacce e opportunità è diventato la nuova normalità nel mondo GRC (Governance, Risk & Compliance).

Tuttavia, osservando più da vicino come questo avviene, ci si rende conto che la fonte principale, e in molti casi l’unica, di dati è il passato. Il passato, rappresentato principalmente da incidenti e perdite, dati di performance tratti da bilanci passati, transazioni finanziarie già eseguite, questionari e valutazioni, in rari casi combinati con dati puramente statici che descrivono nel dettaglio le circostanze rilevanti.

Rafforzati dalla nostra cecità operativa (esiste una bella ed efficace espressione tedesca per questo fenomeno, «Betriebsblindheit»), abbiamo speso sforzi enormi per cercare, trovare e promuovere tecniche di quantificazione e algoritmi sempre più sofisticati, inventati e utilizzati dalla NASA, da Google & Co., che promettono di migliorare le prestazioni analitiche, come l’accuratezza e la stabilità delle previsioni e delle quantificazioni, di qualche punto percentuale marginale. Negli ultimi anni sono stato spesso risucchiato e assorbito da questo tipo di esercizi egocentrici, e ho assistito fin troppo spesso a discussioni di questo tipo, guidate dall’ego.

Un campanello d’allarme: il feedback del cliente

Ricordo molto bene il feedback che ricevemmo da un cliente dopo uno di questi esercizi, alcuni anni fa. Mi pare si trattasse della modellizzazione e previsione del rischio e della probabilità di abbandono dei clienti. Un’affermazione piuttosto deludente e scoraggiante che, a mio modesto parere, riassume tutto e spiega molto. Il cliente disse: «Non è nulla che non avrei già visto, spiegato e concluso con il buon senso».

Sebbene fossimo animati, motivati e spronati dallo spirito innovativo del nostro lavoro, con la ferma convinzione di rappresentare un’avanguardia nel settore del risk management, in quel momento mi tornarono in mente le parole del nostro professore… e mi sentii davvero come un patologo, o comunque non come qualcuno destinato a «salvare la vita di qualcuno» con le proprie analisi e intuizioni.

Un cambio di prospettiva: l’approccio orientato al futuro

Questo caso ha confermato un sospetto che avevo precedentemente represso: ci stavamo concentrando sul posto sbagliato. Non perché analizzare incidenti e perdite passate, bilanci, transazioni o questionari e valutazioni non sia importante o utile, anzi, rappresentano una fonte di dati molto importante, né perché non sia importante applicare le tecniche di quantificazione e gli algoritmi più recenti e potenti, certo che lo è, ma perché la nostra analisi è stata quasi interamente retrospettiva, unidimensionale e concentrata esclusivamente sul passato.

Mi sono sorte alcune domande: come possiamo cambiare tutto questo? Come possiamo rendere la nostra quantificazione, modellizzazione e analisi più orientate al futuro?

Io e il mio team eravamo convinti che, per rendere la nostra analisi e modellizzazione (di qualsiasi tipo) più orientata al futuro, dovessimo: 1) uscire dall’unidimensionalità e coprire più dimensioni delle nostre controparti, 2) iniziare a rilevare, misurare e analizzare il «presente» delle azioni e interazioni della nostra controparte, invece che solo il «passato», e 3) applicare un concetto olistico a 360°, che abbiamo chiamato approccio «Understand Your Counterpart» (UYC).

Così, oltre a tutti i dati storici disponibili, abbiamo iniziato ad analizzare come le nostre controparti si comportano in tempo reale, cosa scrivono i media su di loro, come appaiono le loro impronte digitali, cyber, sociali, di integrità aziendale e ambientale, come ci parlano, che tipo di parole ed espressioni utilizzano, come suonano le loro voci, come si comportano su tutti i canali digitali a cui diamo loro accesso, come utilizzano i loro dispositivi durante queste interazioni, cosa leggono e su cosa si concentrano quando visitano le nostre piattaforme, cosa li preoccupa, a cosa sono interessati, cosa e come ci scrivono quando chattano o ci inviano e-mail, come sono connessi al loro ambiente, qual è il loro rischio di contagio, e così via.

Analizzando in modo proattivo tutti questi dati del «presente», del «qui e ora», in un’ottica orientata al futuro, non solo trattiamo dimensioni di dati molto più ampie, diversificate e ricche di informazioni, ma siamo anche riusciti a ridurre significativamente il numero di falsi positivi (rispetto all’analisi tradizionale unidimensionale) e a generare una serie di segnali di allerta precoce immediati e altamente affidabili per un’ampia gamma di temi e problematiche legate a compliance, rischio e performance management.

Il futuro: un viaggio entusiasmante ci attende

Dove stiamo andando? Dove sono i confini?

Non lo so esattamente, ma di una cosa sono certo: dato che il mondo in cui viviamo e il comportamento umano sono così diversi, dinamici e sfaccettati, questo sarà, e dovrà essere, un viaggio entusiasmante!

Al termine del suo discorso, il nostro professore disse: «Cercate di essere economisti intelligenti e non patologi!»